Restyling di Buren dello studio Trisorio
Daniel Buren trasforma lo studio di Lucia e Pasquale Trisorio in una scacchiera, nella creazione della griglia di colore e plexiglass collaborano sua moglie Chantal e un’équipe di assistenti fra cui due ragazzi dell’Accademia di Belle Arti di Napoli, Vincenzo Balzano e Angela Marvino, onorati di poter lavorare con uno dei padri dell’arte concettuale.
Nella storica galleria della Riviera di Chiaia, a Napoli, l’artista francese Daniel Buren (Boulogne-Billancourt, 1938) lavora da due giorni alla realizzazione del progetto che ha come titolo «Usare il colore è come fare politica». Un nuovo lavoro basato sull’interdipendenza fra l’opera e il luogo che la ospita, dopo aver impresso il caratteristico motivo a strisce nel Museo Guggenheim di New York e aver realizzato a Napoli, nel 2004, una installazione in sito per la facciata del palazzo dell’Arin a Ponticelli.
Pur essendo uno dei capisaldi dell’arte a cavallo fra gli anni ‘60 e ‘70, Buren continua a stupire con il suo tratto semplice e inconfondibile. Non a caso un suo pattern permanente di strisce bianco rosse adorna le scale mobili di salita e discesa del padiglione Art Unlimited della fiera di Basilea, oggi roccaforte internazionale dell’arte contemporanea. Solo dopo aver completato il lavoro parietale che sarà mostrato al pubblico da oggi giovedì 18 settembre, nell’inaugurazione delle ore 19,00 Buren accetta di rispondere a qualche domanda.
Ci può illustrare il progetto pensato per lo Studio Trisorio?
«È un’esposizione speciale, il seguito di diversi lavori precedenti. Il caratteristico motivo a bande è presente anche stavolta, ma è affiancato da numerosi strumenti visivi da me adoperati in precedenza ».
Ha in cantiere futuri progetti napoletani? Possiamo forse sperare in altre delle sue installazioni architettoniche?
«C’è l’idea di un’installazione per il metrò dell’arte, nella Stazione Centrale, ma non è ancora ufficiale».
Ci parli del suo rapporto con Napoli…
«Sono venuto a Napoli per la prima volta nel 1972, esponevo da Lucio Amelio, in quell’occasione conobbi Lucia e Pasquale Trisorio e iniziò la lunga collaborazione con la loro galleria. Poi l’esposizione a Capodimonte e il progetto per il palazzo dell’Arin. Ho sempre amato molto la città, trovo che sia una delle più belle e interessanti del mondo ».
E oggi come la trova? Conosce il panorama artistico, con le nuove strutture dedicate all’arte contemporanea sorte dal 2005, il Pan, il Madre e, adesso, il Museo Nitsch?
«Napoli è molto cambiata dal punto di vista museale rispetto agli anni ‘70. Conosco il Palazzo delle Arti e il Museo Madre, ma non sapevo che fosse stato inaugurato anche un museo dedicato ad Hermann Nitsch, è incredibile!».
Cosa dice invece sul difficile momento che ha vissuto la città?
«È un vero peccato sentire che in questa città la disorganizzazione sia così forte. A prescindere dalla camorra, bisogna sperare che si ritorni alla normalità. Il problema dell’immondizia è tragico, è come se in una città mancasse l’acqua, una vera e propria emergenza».
In occasione della presentazione dell’opera «Cerchi nell’Acqua» realizzata per il palazzo dell’Arin, dichiarò che il colore «è una forma di resistenza politica», può spiegarci in che senso?
«Penso che i colori siano nel campo delle arti visive la cosa più profonda ed essenziale, non rimpiazzabili dalla parola, dalla musica, dalla filosofia. Rapprensentano un impegno a sé, è impossibile descriverli a parole».
Crede che l’arte possa davvero «risollevare » il paesaggio periferico?
«Credo di sì, a patto che non la si utilizzi per nascondere un disastro. L’arte è un apporto importante, ma se si dipingesse la facciata di un palazzo dove delle persone vivono male, quello sarebbe quasi un atto criminoso. Se il suo utilizzo è invece pensato in sinergia con altre azioni, farei arte in tutto il quartiere di Ponticelli».
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