Al Pizzafest preziosi consigli di un napoletano del sol levante per il rilancio partenopeo
Salvatore Cuomo è originario di Porta Nolana, zona ferrovia. Papà napoletano, mamma giapponese, sette figli da 4 mogli diverse.
A 20 anni vola a Tokyo, era il 1993, dovendo occuparsi del ristorante del padre. «Non credevo fosse il mio campo. In Giappone poi…».
Nascerà in pochi anni una sorta di impero del Sol Levante a forma di pizza con numeri impressionanti: 80 locali col proprio brand tra il centro di Tokyo, Hong Kong e Pechino. Le nuove aperture anche in franchising si susseguono al ritmo di due al mese. Prossime inaugurazioni, Singapore e Seul.
A conferma che i ristoranti italiani giganteggiano, per numero, nel pianeta. «La nostra cucina ha una storia, le altre sono solo di moda in un certo periodo. Come la nouvelle cuisine dei francesi».
Ieri, martedì, Salvatore ha partecipato al Pizzafest con il suo dream team al completo. Si presenta in gara alla Mostra d’Oltremare con 25 pizzaioli nipponici e 6 cinesi.
Questo, si sa, è l’anno del Dragone «perciò mi piacerebbe che vincessero i cinesi. Stanno imparando l’arte della pizza molto in fretta». No, mister Cuomo, pure la pizza no. «Invece sì, tra i ragazzi di Pechino potrebbe esserci il successore del giapponese Onishi Makoto» ovvero il primo pizzaiolo dagli occhi a mandorla a battere i napoletani nel 2003.
Non vede l’ora di riabbracciare Antonio Pace, presidente Ascom nonchè proprietario di Ciro a Santa Brigida. «Antonio è un’enciclopedia culinaria. Da lui ho imparato tanto».
Salvatore Cuomo si mette in vetrina su internet sul sito www.salvatore.jp. Entrando nel sito si srotola il menù in giapponese e italiano. La novità dell’ultim’ora è…la lasagna. Curiosa è la traduzione in italiano degli ideogrammi giapponesi per la n’pepata di cozze «sapore del pepe nero di sautè del mitilo».
Il ragù alla napoletana diventa, poeticamente, «salsa di ragù al vento di Napoli ».
Possiamo ammirarlo nella sua divisa bianca nella sezione broadband tv dove spiega i segreti delle ricette della cucina italiana in lingua giapponese con percettibili sfumature partenopee (sentire per credere).
La corporation formata da Salvatore Cuomo e dai suoi due fratelli rappresenta un «caso » di colonizzazione gastronomica slow food di cui si è interessato anche il New York Times quando la società fu quotata in borsa, col nome Y’s-table. «Il fatturato dell’intero comparto ristoranti — ricorda — è di circa 100 milioni di euro all’anno. Ultimo investimento è l’acquisto di un intero piano del grattacielo Shangai world financial center».
Il vertice della società è quasi tutto italiano (Salvatore è presidente); la dirigenza si avvale di manager asiatici.
La domanda sorge spontanea, direbbe qualcuno, e non si è atteso molto per chiedergli un parere sulla crisi rifiuti a Napoli. «La spazzatura era tutti i giorni in tv. Un incubo. E il guaio peggiore l’ha fatto lo scandalo diossina. Il Giappone è stata la primissima nazione a chiudere le frontiere alla mozzarella campana». In un volto così espressivo appare subito l’amarezza: «Per noi è stato un colpo durissimo, il calo dei guadagni è stato pari al 10 per cento.»
Sarebbe rezioso un suo consiglio agli imprenditori partenopei: «Possiamo ancora farcela. Bisogna presentarsi all’estero portando qualità e soprattutto immagine. Più del sapore mediterraneo i clienti cercano nei miei locali uno spaccato, genuino, di Italia». Il grande made in Italy tira ancora.
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